Andava a lavorare tutti i giorni

Lettera pubblicata sulla rivista mensile “Azione Nonviolenta” con il titolo “Lavoro e nonviolenza”

Andava a lavorare tutti i giorni. Dalla mattina fino alla sera. Con scienza e coscienza compiva il suo incarico, anche la domenica. Per lui non c’erano ferie. Che piovesse, nevicasse, o che l’afa estiva rendesse soffocante, pesante ed immobile l’atmosfera, lui era sempre presente e attento all’efficienza degli sfiati delle decine e decine di stufe e forni. Era il responsabile fumista del campo di concentramento di Dachau. Quando la “soluzione finale”ebbe inizio non fece mai mancare o pesare all’autorità i propri “straordinari”.

Anche quando il grasso degli scheletri umani rischiava di inspessire le pareti dei camini, ostruendo i tubi, lui si adoperò con impegno ed ingegno moltiplicato, per assicurare sempre un”buon tiraggio”.

E’ questo un perfetto esempio di un certo tipo di etica del lavoro.

Ovviamente e giustamente, come ogni figurazione esemplare deve fare, estremizza l’idea e la riflessione. Io sono sempre stato colpito da questo esempio e lo trovo ancora molto attuale.

Cos’è il lavoro oggi? E’ il modo con cui si mettono in relazione i propri bisogni con quelli degli altri. E’ la maniera, la soluzione trovata, sperimentata e ripartita, per contribuire, singolarmente e socialmente ai bisogni di tutti e di ciascuno. Le soluzioni che collettivamente si sono escogitate nei tempi e nei luoghi diversi, hanno determinato una, ogni volta diversa e sempre in divenire, economia (che ha come radice etimologica OIKOS, che significa “casa” e che rende l’idea originale di economia a partire dalla dimensione domestica e familiare).

Nella nostra complicata, complessa ed ormai globalizzata società, cosa rimane di una concezione così apparentemente semplice ed orientata ad equità e giustizia?

L’economia determina e si insinua nelle nostre scelte quotidiane, anche le più semplici. Può la ricerca di una scelta di vita nonviolenta ignorarne implicazioni e conseguenze? Insomma, può un iscritto al Movimento Nonviolento lavorare onestamente in banca, magari dopo aver letto il libro di Luciano Gallino”Colpo di stato di banche e governi”? (“… o sei entrato in banca pure tu? in “Compagno di scuola” di Antonello Venditti). E come mai non c’era nessuno della cosiddetta nonviolenza organizzata a contestare l’inaugurazione della nuova maestosa sede-cattedrale a Francoforte la settimana scorsa? Erano tutti impegnati sul posto di lavoro? E se sì, qual è la loro coerente attività lavorativa? qual è il piano costruttivo che sostanzia e supporta coerentemente ogni nostra presa di posizione, orientamento, petizione, lagnanza, o critica alla realtà odierna?

Quando all’ultima Arena di Pace, Maurizio Landini ha detto – riferendosi allo stabilimento di Alessandria che dovrà assemblare parte degli F-35, assorbendo circa 600 lavoratori – che non si può sottoporre gli operai al dilemma-ricatto: “stipendio con le bombe o disoccupazione con la pace”, io non ho sentito nessun mugugno dall’assemblea, nessun buh-buh di disapprovazione…, quant’è ancora attuale l’esempio del fumista di Dachau?

Oggi, discutere di lavoro significa inestricabilmente parlare di reddito. Proviamo a farlo con i nostri figli: qualsiasi lavoro pur che ci assicuri un reddito dignitoso. Certo, si studia e ci si specializza per arrivare a lavori sempre più sofisticati e ricercati e tecnologicamente avanzati, ma di fronte alla domanda di senso ultimo: è utile per fare cosa? Non c’è schizofrenia che tenga quando il rischio è di rinunciare ad un reddito(magari anche un buon reddito!) . Tutto è umanamente ed ovviamente comprensibile: le mediazioni, i compromessi, le deroghe, le flessibilità…, ma a me, che nel mondo del lavoro ci sono immerso da 33 anni, come artigiano falegname, sembra che sia sempre più difficile parlare di nonviolenza e lavoro. Paradossalmente sono proprio i giovani adulti, i disoccupati, gli ammalati, i disagiati che frequentano la mia falegnameria e che non trovano collocazione nel mondo del lavoro ufficiale, ad esprimere un anelito di speranza, un sussulto di dignità, un piacere alla collaborazione solidale, dettato dalla necessità, e una ricerca di unità nella sempre più diffusa precarietà. Sono gli scarti, gli espulsi, gli emarginati della nostra economia, i fuori regola, gli abusivi, i lavoratori in nero che ci forniscono, con il loro semplice esistere, possibilità, sensibilità, visioni e stimoli in alternativa alla ossessiva ed imperversante “corsa all’oro” per “un posto sicuro”.

La gente come noi che ha letto e diffuso Autonomia e villaggio di Gandhi, che ha letto e diffuso il Manifesto del contadino impazzito stampato da Giannozzo Pucci, o ha sentito Antonino Drago citare Tolstoj quando parlava del”lavoro per il pane quotidiano”, cosa può pensare del Jobs Act di Renzi? O del rilancio dell’economia per l’esportazione e per la crescita del PIL? Noi che abbiamo letto gli appassionati appunti di Simone Weil sui suoi quaderni, che raccontano della sua scelta di entrare in fabbrica per capire fino in fondo la condizione operaia del suo tempo, oggi possiamo permetterci di fare i professori o i maestri per tutta la vita? Perché quello è il nostro lavoro, che ci dà sostentamento?

Ho buttato giù alcune provocazioni, degli interrogativi e dei dubbi, non ho certezze, non ho ricette: la nonviolenza ha bisogno di essere incarnata più che di essere teorizzata, così facendo, di questi tempi, si rischia più di perderlo che di trovarlo il proprio posto di lavoro. Forse è proprio mettendo in discussione radicalmente quello che facciamo, senza indulgenze e auto-assoluzioni, mettendo a rischio la nostra professione, la nostra tranquillità e serenità e quindi anche il nostro reddito, che scopriremo quello che abbiamo smarrito, …un po’ come quel chicco di grano che doveva per forza morire a se stesso per dare frutto.

So bene che queste parole possono indispettire, ma anche far incazzare, chi tutti i giorni, nel proprio piccolo, nella quotidianità, si reca con impegno motivato sul proprio posto di lavoro, e lo occupa con abnegazione coscienziosa…, ma se si vuole parlare di lavoro e nonviolenza, più che di start-up, bisogna pensare in grande, bisogna sognare.

Vince.

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